Aleksandr Litvinenko, la spia che disse no a Putin. Parte III
Sasha fa una scelta di campo che non paga. Dopo la rocambolesca fuga a Londra inizia a lanciare accuse che lo rendono un bersaglio prioritario.
Per rinfrescare la memoria, qui la parte precedente.
“Non abbiamo mai vissuto da ricchi e non vale la pena di cominciare ora” dice un ironico detto russo in voga negli anni ’90. Non tutti i russi però la pensano così. Boris Berezovsky ad esempio potrebbe dire ben altro date le fortune che è riuscito ad accumulare in quegli anni selvaggi. Eppure nemmeno gente come lui è al sicuro. Anzi, essere un oligarca vuol dire essere condannati a dormire con un occhio aperto. Berezovsky sa che qualche suo concorrente ha agganci nei servizi segreti per eliminarlo. Lo sa perché a eseguire tale ordine era stato incaricato proprio Sasha con la sua squadra. Lui stesso anni dopo ricorderà così quel periodo:
“A un certo punto, quando continuavano ad arrivare richieste di eliminare questo e poi quell’oligarca, radunai il mio gruppo di lavoro. Dissi loro che avevamo tre scelte. Prima, uccidere per i nostri capi, per i loro interessi. Seconda, non obbediamo a costo declassamento. Terzo, ci opponiamo apertamente e rischiamo tutto”.
Scelgono la terza. Detta così, sembra puro eroismo. Specie pensando che nella Mosca dell’epoca un sicario poteva guadagnare facilmente anche 20.000 dollari al mese. Ma a leggerla meglio forse Sasha e il suo gruppo cercano solo il modo migliore per giocarsi il tutto per tutto. Scegliere di proteggere Berezovski vuol dire anche legarsi alle sue immense capacità economiche e mediatiche, poter abbeverarsi alla sua sterminata rete di contatti garantendosi immunità e potere.
Mi è difficile che gente con il vissuto di Sasha e colleghi facciano è una scelte ideologiche. Più facile pensare he il loro sia un rilancio per cercare di prendersi tutto quel che c’è sul tavolo. Con le dovute cautele, ovviamente. Nell’aprile 1998 Sasha e due colleghi in una dacia fuori Mosca registrano un’intervista con il famoso presentatore televisivo Sergei Dorenko. Spiegano chiaro e tondo la situazione dei servizi segreti, della corruzione, degli omicidi a commissione. È una specie di assicurazione sulla vita, una mossa preventiva in caso di arresto o omicidio di qualcuno di loro.
Sasha va avanti. Denuncia l’ordine di uccidere Berezovsky all’ufficio del procuratore militare, che avvia un procedimento penale. È anche per la sua denuncia che si arriva alla rimozione del capo dell’FSB Nikolai Kovalev. Carica rilevata da Vladimir Putin. Al quale nel luglio 1998 Sasha racconta in prima persona della corruzione in cui versa l’FSB, senza ottenere molta attenzione. Non è un bel segnale.
A fine ottobre il procuratore militare archivia il caso sul progetto dell’omicidio di Berezovsky. Altro pessimo segnale. Il 13 novembre Berezovsky fa pubblicare una sua lettera aperta a Putin dove denuncia nel dettaglio i piani dell’FSB per il suo assassinio. Quattro giorni dopo Sasha e alcuni colleghi indicono una conferenza stampa. Alcuni indossano occhiali da sole, altri persino dei passamontagna. Spiegano gli ordini che gli sono stati assegnati. ORT, primo canale televisivo nazionale (di proprietà di Berezovnsky), in seguito trasmette estratti dell’intervista rilasciata a Sergei Dorenko ad aprile. Putin non gradisce affatto. Sminuisce le accuse. La settimana seguente gli uffici di ORT vengono perquisiti e parte del materiale sequestrato per irregolarità fiscali.
Il clima si surriscalda. Il mese seguente Sasha e i suoi colleghi sono licenziati dall’FSB. Lui inizia a lavorare a pieno regime come capo del servizio di sicurezza di Berezovsky. A marzo viene arrestato per “abuso di potere” durante il suo trascorso all’FSB. Finisce nel carcere moscovita di Lefortovo, tristemente noto per essere stato l’epicentro delle purghe staliniane. È l’inizio di un calvario giudiziario. Ormai la situazione è chiara: si montano casi a dir poco fantasiosi pur di rendere la sua vita impossibile. Putin dall’agosto 1999 è nominato primo ministro. Come carica, niente di che. La Russia in quel periodo ha visto cinque primi ministri in due anni. Ma la musica cambia. Putin mette in chiaro di essere sordo a ogni indicazione esterna. E se un oligarca non è d’accordo, peggio per lui. Berezovsky viene allontanato dal cerchio magico del potere, mentre Sasha si trascina tra carcerazioni preventive, scarcerazioni, udienze.
L’aria a Mosca si fa malsana. Gli oligarchi capiscono che i tempi dell’impunità sono finiti. Molti emigrano all’estero. Tre settimane dopo l’insediamento di Putin al Cremlino Berezovsky inizia la sua crociata. ORT accantona la propaganda usata per campagna elettorale. Ora Putin è il bersaglio del canale tv più importante di Russia. L’apice si tocca nell’agosto 2000. Il sottomarino Kursk naufraga nel mare di Barents durante un’esercitazione per via di esplosioni a catena generate da un siluro difettoso. Ma c’è anche chi sostiene che si sia trattato di un incidente con un sottomarino americano, e che Stati Uniti e Russia si siano accordati: silenzio in cambio della cancellazione di un debito di dieci miliardi di dollari. Per chi vuole approfondire, l’ottimo Minoli ne parla qui.
ORT rincara la dose, sostenendo che i 118 membri dell’equipaggio sono morti per il rifiuto del governo russo di accettare l’aiuto per i soccorsi offerti da alcuni stati esteri.
Per tutta risposta il governo inizia un meticoloso rastrellamento delle quote di ORT per estromettere Berezovsky, che nell’autunno del 2000, capendo che inizia a rischiare qualcosa di più delle quote di alcune aziende, decide di trasferirsi a Londra. Non rivedrà mai più la Russia.
Il Kursk
Sasha in quel periodo è sotto torchio. Come finisce un processo contro di lui, ne viene aperto un altro. Una volta è per abuso d’ufficio, quella dopo per furto di esplosivi, quella dopo ancora per acquisizione illegale e stoccaggio di armi da fuoco e munizioni.
Ci riflette, e arriva all’unica conclusione rimasta sul tavolo. La fuga. Ma come? Il suo passaporto è sequestrato, e di sicuro i suoi movimenti sono sorvegliati. Ma è pur sempre un colonnello dell’FSB, e sa bene come muoversi. Propone alla famiglia una vacanza a Istanbul. Marina sulle prime non capisce. Poi Sasha le spiega meglio come stanno le cose. Anatoly va a scuola, lei insegna danza. Marina non vuole stravolgere la normalità. Ma capisce il momento e si imbarca per Istanbul con suo figlio. Sasha, con il pretesto di una visita ai parenti in Caucaso, lascia Mosca per Nalchik. Da lì la Georgia non è lontana. Riesce a varcare il confine in auto con l’aiuto di amici fidati. Dopo aver sconfinato riceve un passaporto falso grazie a Badri Patarkatsishvili, socio di Berezovsky nonché uomo più ricco della Georgia.
Sasha prende così un volo per Istanbul, ricongiungendosi a Marina e Anatoly. Si dirigono subito verso l’ambasciata americana, facendo richiesta di asilo politico. In modo abbastanza inaspettato, la richiesta viene negata. Per gli Stati Uniti evidentemente le informazioni che Sasha può portare non sono importanti. O non lo sono abbastanza da mettere a rischio i fragili equilibri appena instaurati con l’ex nemico russo. Sasha scarta altri paesi europei (tra cui l’Italia) che sa essere ben infiltrati dall’FSB. Decide quindi di prendere per tutti e tre un biglietto per Mosca, ma con uno scalo a Londra. All’arrivo a Heathrow si consegna alle autorità inglesi, che a differenza dei colleghi americani lo prendono in custodia ben volentieri.
Si apre un nuovo capitolo. Le autorità inglesi lo torchiano per sei mesi. A maggio a Sasha viene concesso l’asilo politico. Possiamo presumere che Sasha sia stato una manna dal cielo per l’MI6, il servizio segreto di sua maestà. Gli inglesi sono probabilmente il popolo più russofobo del mondo, e quindi felicissimi di accogliere esuli con conti aperti col nascente regime putiniano. Certo, Sasha deve anche dimostrare di valere qualcosa. Lui era un colonnello dell’FSB, carica certo importante e densa di segreti, ma lavorava sul fronte interno e in genere i servizi segreti vogliono sapere come i loro rivali operano sul fronte estero. Comunque sia, poco male.
A Londra Sasha ritrova alcuni vecchi amici. Berezovsky in primis, ma anche il ceceno Akhmed Zakayev, un vecchio nemico della guerra cecena; gli antichi disertori del KGB Oleg Gordievski e Oleg Kalugin, il dissidente Vladimir Bukovskij. C’è quindi una piccola Russia formata da oligarchi dissidenti, politici o aspiranti tali, intellettuali, ex agenti segreti, delinquenti più o meno importanti. Non c’è niente che li unisca davvero oltre al marcato odio che provano per il regime putiniano. Sasha e famiglia si sistemano al 140 Osier Crescent, sobborgo Muswell Hill, Londra nord. È un’abitazione di Berezovski, che inizialmente versa a Sasha un piccolo stipendio da 4.500 sterline al mese, che sarà poi ridotto a 1.500. Sembra tutto quasi a posto.
Ma realmente, che prospettive ha Sasha nel Regno Unito? Rimane un tipo ambizioso. Infatti diventa una spina nel fianco al governo di Putin, che intanto inizia a mietere successi. Nei primi anni duemila la Russia archivia una volta per tutte la Cecenia, salda la tenuta interna e inizia una stupefacente crescita economica che porta alla gente i rubli necessari tornare a vivere una vita degna di essere vissuta, dall’Inghilterra arrivano le accuse peggiori.
Sasha si allinea a voci come quella di Anna Politkovskaya. I due collaborano, trovando una particolare armonia nel condannare la condotta russa nelle guerre cecene. Ma non si tratta solo di criticare. Sasha scrive un libro dove accusa l’FSB di essere dietro ogni misfatto della storia russa degli ultimi dieci anni. Sostiene molte cose, alcune quasi certamente vere, altre plausibili, altre decisamente meno credibili. Non è in una posizione facile: deve mostrarsi indispensabile agli apparati securitari occidentali. Devono credergli, se vuole protezione e sostentamento.
Le accuse sono molte. Partiamo da quelle di minor credibilità e di minor danno potenziale per il Cremlino. Il periodo è quello della guerra al terrore. L’11 settembre è ancora nell’aria, e gli Stati Uniti trascinano il mondo occidentale nella psicotica guerra al terrore. Saha sa benissimo che un modo ottimale per mettersi in luce è associare Putin al terrorismo islamico.
Un collegamento fantasioso, ma Sasha si dice certo che uno dei leader di Al-Qaeda, Ayman al-Zawahiri, è un agente FSB di lunga data, addestrato nel 1998 per sei mesi in Daghestan. L’omicidio del 17 aprile 2003 di Sergei Yushenkov, deputato e co-presidente del partito “Russia liberale” che indagava sulla presa di ostaggi del teatro di Mosca (2002) da parte degli attivisti ceceni sia opera del FSB. Inoltre attribuisce la responsabilità del massacro della scuola di Beslan del 2004 allo stesso organismo. Senza contare le molte morti sospette di militari e politici che è ragionevole supporre siano figli di diktat presidenziali.
Ma l’accusa più paurosa per il Cremlino, per fondatezza e gravità dell’atto, verte sulle bombe del settembre 1999.
Avvolgiamo il nastro. La Russia dal 31 agosto al 22 settembre 1999 vive un incubo che segna in modo profondo un popolo già provato dalla disperazione degli anni ’90. Una serie di attentati dinamitardi prende di mira edifici residenziali a Mosca, Buynaksk, Ryazan, Volgodonsk. I morti totali delle esplosioni sono 307, oltre 1700 i feriti. Per il Cremlino non ci sono dubbi: è opera del terrorismo ceceno, e il sangue dei civili morti negli attentati legittima una nuova campagna d’invasione terrestre. Che inizia, puntualmente, il 1°ottobre. Stavolta non è come qualche anno prima. L’esercito russo è più preparato e meglio armato. Dopo le stragi gli animi dei soldati sono infervorati da un genuino odio per il nemico. Un elemento psicologico che è importante in ogni guerra, ma nei conflitti di aggressione è assolutamente essenziale per il morale degli attaccanti. Nel maggio del 2000 l’ordine in Cecenia è formalmente ristabilito con un governo filo russo capeggiato da Achmat Kadyrov, padre del pittoresco Ramzan.
Il governo moscovita non ha avuto dubbi sugli autori degli attentati, ma è davvero colpa dei ceceni? Ci sono molte nebulose. L’indagine meriterebbe un post a parte, ma limitiamoci a rilevare certe anomalie e rapportarle al contesto generale.
Il terrore arriva in Russia
Innanzitutto ogni componente cecena nega, dal governo di Maschadov (che ha già troppi problemi interni, tra popolazione alla fame e signori della guerra pronti a fargli le scarpe, per aggiungerci una guerra con Mosca) ai miliziani di Basaev (“chi ha messo quelle bombe non è umano” dirà Shamil, uno che teneva sempre molto a rivendicare i suoi attentati).
Ovviamente le smentite lasciano il tempo che trovano. Ci sono elementi molto più fondati.
Il 13 settembre, giorno in cui a Mosca l’esplosione di un palazzo uccide 119 persone, arriva una telefonata alla polizia. È Achemez Gochiyayev, un imprenditore 29enne del Caucaso del nord residente in città. Dichiara alla polizia che è stato incastrato da un ufficiale dell’FSB, tale Vladimir Romanovich. Gli aveva chiesto aiuto per trovare dei posti da adibire allo “stoccaggio di materiale”.
Erano esattamente i posti dove sono esplode le bombe. Gochiyayev, nel panico, dà le coordinate di un altro sito dove, fortunatamente, gli artificieri riescono a prevenire l’ennesima strage trovando ulteriore esplosivo.
Quel giorno succede un’altra cosa strana e inquietante. A poche ore dalle esplosioni di Mosca il portavoce della Duma Gennadiy Seleznyov riferisce in una seduta parlamentare che “secondo rapporti da Rostov sul Don c’è stata un’esplosione a Volgodonsk”. Sembra una piccola svista, quel giorno a Volgodonsk non è scoppiata nessuna bomba. Ma scoppierà invece il 17, quattro giorni dopo.
Volgodonsk, 17 settembre 1999
Alle 20:30 del 22 settembre Alexei Kartofelnikov, un abitante di Ryazan, vede due uomini e una donna che scaricano dei sacchi da un auto per posizionarli nel seminterrato del suo palazzo. La targa dell’auto è di Mosca, ma ha un foglio di carta applicato sopra le ultime due cifre. Alexei chiama immediatamente la polizia. I poliziotti arrivano quando l’auto è già sparita, ma trovano tre sacchi da 60 kg l’uno con timer e detonatore. Sarebbero esplosi alle 5.30 di mattina. Si evacua mezza città. Appena si diffonde la notizia lo stesso Putin elogia il pronto intervento della polizia e addossa la colpa alla Cecenia. Il giorno dopo l’intercettazione di una telefonata riesce a risalire ai numeri e alle identità dei tre, che risultano agenti dell’FSB.
E allora la sinfonia cambia. Il direttore dell’FSB, Nikolai Patrushev, spiega che si trattava di un’esercitazione e che nei sacchi non c’era esplosivo, bensì zucchero. Si racconta anche di due paracadutisti di guardia a un arsenale vicino Ryazan che stupiti di trovare dei sacchi di zucchero in un deposito di armamenti, ne usarono un po’ per farsi un tè. Ma il tè ha un sapore tremendo, e loro due non stanno affatto bene. Si spaventano, convinti di aver ingerito salnitro. Portano di carriera la borsa a un geniere della loro compagnia. Il geniere non ha dubbi: è RDX, un composto base per l’esplosivo.
Insomma, ci sono vari indizi sul rapporto tra i servizi segreti e le esplosioni. Prove, neanche una. In Russia la voce circola. C’è chi viene pagato, c’è chi muore in circostanze ambigue. In patria Anna Politkovskaya alza la voce. È il nome mediatico più importante dell’opposizione a Putin, e ovviamente è in contatto con Sasha. Che da Londra cerca di rendersi utile in ogni modo ai nuovi amici britannici. Ancora senza rendersi conto che non basta mettere mezza Europa tra lui e il palazzo della Lubjanka per sfuggire alla macchina del terrore.





